
Andare oltre il bipolarismo, ricostruire il centro della democrazia
di Ermanno Boretto
Da qualche tempo il bipolarismo italiano mostra evidenti segni di logoramento. Le tensioni interne al centrodestra e al centrosinistra non appaiono piรน come semplici divergenze tattiche, fisiologiche in qualunque coalizione, ma rivelano una difficoltร piรน profonda: ricondurre dentro due soli schieramenti culture politiche, interessi sociali e concezioni dello Stato molto differenti tra loro.
Le coalizioni continuano a presentarsi agli elettori come soggetti unitari, ma spesso lo sono soprattutto nel momento della competizione elettorale. Una volta superata la necessitร di battere lโavversario, riemergono divisioni sostanziali sulla politica economica, sullโEuropa, sui rapporti internazionali, sulla giustizia, sui diritti, sullโimmigrazione, sulle autonomie e sul ruolo delle istituzioni. Il bipolarismo sopravvive come strumento di aggregazione del consenso, ma appare sempre meno capace di produrre autentiche culture di governo.
Il centrodestra raccoglie forze conservatrici, nazionaliste, autonomiste, liberali e popolari, unite dalla comune appartenenza alla coalizione ma non necessariamente dalla medesima idea dellโEuropa, dellโeconomia o dello Stato. Il centrosinistra riunisce culture socialdemocratiche, progressiste, ambientaliste, populiste, liberal-democratiche e istanze sociali che possono convergere nella competizione contro la destra, ma faticano a elaborare una sintesi altrettanto chiara quando devono definire un modello di sviluppo, una politica estera o un progetto riformista condiviso.
Non siamo dunque soltanto di fronte alla crisi di due alleanze. Sta emergendo lโimpossibilitร di comprimere la complessitร della societร italiana dentro una rappresentazione bipolare.
Per comprenderne le ragioni occorre tornare alle origini della Seconda Repubblica. Allโinizio degli anni Novanta il passaggio verso una competizione fra due grandi schieramenti rispondeva a esigenze reali. Il sistema della Prima Repubblica appariva logorato; lโinstabilitร dei governi era diventata uno dei simboli della debolezza italiana. Lโopinione pubblica chiedeva, insieme allโalternanza, responsabilitร piรน chiare e maggioranze capaci di governare.
Il bipolarismo sembrรฒ offrire una risposta. Attraverso la riforma delle leggi elettorali, la costruzione preventiva delle coalizioni e il ricorso a meccanismi maggioritari, si cercรฒ di consentire agli elettori non soltanto di scegliere i propri rappresentanti, ma anche di indicare quale schieramento avrebbe dovuto assumere la guida del Paese. Lโobiettivo fu, almeno in parte, raggiunto. Lโalternanza divenne possibile, le maggioranze risultarono piรน facilmente identificabili e i governi acquisirono una maggiore riconoscibilitร politica. Ma quella trasformazione avvenne senza una corrispondente revisione dellโarchitettura costituzionale.
Il sistema elettorale fu spinto in direzione maggioritaria, mentre la Costituzione rimase quella di una Repubblica parlamentare fondata sul pluralismo, quindi sulla rappresentanza delle differenti culture politiche e sulla centralitร della mediazione. In questa distanza fra la logica elettorale e la logica costituzionale risiede tuttora uno dei nodi irrisolti della Seconda Repubblica.
La Costituzione del 1948 non era stata pensata per una contrapposizione fra due blocchi rigidamente alternativi. Era nata dallโincontro fra tradizioni diverse: cattolica, liberale, socialista, comunista e repubblicana. Tradizioni che, dopo il fascismo e la guerra, avevano scelto di costruire un ordinamento nel quale nessuna forza potesse concentrare interamente il potere e nel quale la decisione pubblica fosse il risultato di un procedimento complesso di confronto, controllo e bilanciamento.
La forma parlamentare, il bicameralismo, il ruolo del presidente della Repubblica, lโindipendenza della magistratura, la Corte costituzionale, le autonomie territoriali e la stessa articolazione dei procedimenti legislativi rispondono a questa concezione. Non sono soltanto strumenti tecnici. Esprimono una diffidenza verso la concentrazione del potere e una preferenza per la composizione delle differenze.
Anche la conformazione delle aule parlamentari puรฒ essere letta come il simbolo di questa cultura istituzionale. Camera e Senato non riproducono il modello britannico degli scranni contrapposti, nel quale maggioranza e opposizione si fronteggiano fisicamente come due eserciti. Lโemiciclo dispone le rappresentanze lungo una linea continua e rende visibile lโesistenza di posizioni intermedie.
Naturalmente lโarchitettura non determina il comportamento politico e un emiciclo non garantisce, da solo, la qualitร della mediazione. Ma riflette una concezione della rappresentanza diversa da quella rigidamente bipartitica. Nel modello di Westminster il confronto รจ costruito intorno allโalternativa fra governo e opposizione; nella tradizione parlamentare continentale, e in particolare in quella italiana, il Parlamento รจ anche il luogo nel quale le diverse componenti politiche sono chiamate a incontrarsi, a confrontarsi e, quando necessario, a modificare le proprie posizioni.
Non รจ un caso che la cultura politica italiana sia storicamente fatta di articolazioni e mediazioni. La sua storia รจ segnata dai comuni, dalle autonomie territoriali, dalle appartenenze religiose, dalle culture locali, dai movimenti politici e sociali, dai sindacati, dalle associazioni professionali, dalle cooperative e da una pluralitร di corpi intermedi. Il multipartitismo della Prima Repubblica rifletteva una societร realmente plurale, nella quale le principali culture politiche possedevano organizzazioni, territori, gruppi sociali di riferimento, strumenti di formazione e differenti visioni del bene comune.
Con la Seconda Repubblica gli italiani hanno iniziato a votare in un sistema apparentemente bipolare, ma hanno continuato a pensare, scegliere e riconoscersi secondo una logica molto piรน articolata. Il bipolarismo italiano รจ stato dunque, in larga misura, una sovrastruttura elettorale costruita sopra una societร e un ordinamento rimasti profondamente pluralisti. Per alcuni anni questa costruzione ha retto. La tenuta di questo sistema poggiava su due leadership fortemente democratiche e di ispirazione una cattolica e lโaltra liberale (Prodi e Berlusconi) e dalla promessa di una maggiore governabilitร . Questa stabilitร apparente, tuttavia, non ha eliminato le differenze interne: le ha disciplinate durante la campagna elettorale, lโuna in nome dellโantiberlusconismo, e lโaltra nel nome dellโanticomunismo, spostando quindi lโesplosione delle conflittualitร dopo le elezioni, cioรจ al momento in cui la vincente era chiamata a governare.
Le tensioni che oggi attraversano gli schieramenti non rappresentano perciรฒ un fenomeno improvviso. Sono il riemergere di quella pluralitร che il bipolarismo โberlusco-prodianoโ aveva, per circa un ventennio, cercato di ordinare, ma che non era riuscito a trasformare in due autentiche culture politiche alternative. Sarebbe tuttavia riduttivo fermarsi alla crisi del bipolarismo. Il suo logoramento รจ reale, ma non costituisce ancora la questione fondamentale. La domanda piรน profonda riguarda ciรฒ che รจ accaduto alla democrazia italiana mentre, nel tentativo di assicurare la governabilitร , si modificavano il rapporto fra elettori e partiti e il ruolo stesso dei rappresentanti.
In una democrazia rappresentativa il parlamentare non riceve soltanto un mandato giuridico. Riceve una legittimazione politica che nasce dal consenso e dal rapporto con una comunitร . Quel legame con gli elettori costituisce il fondamento della sua autonomia, perchรฉ รจ anzitutto verso di essi che dovrebbe rendere conto del proprio operato. Per decenni, pur con tutti i limiti e le degenerazioni della Prima Repubblica, questo rapporto ha rappresentato uno degli elementi caratterizzanti della politica italiana. Il candidato doveva costruire consenso, confrontarsi con il territorio, mantenere relazioni con il proprio collegio e misurarsi con altre candidature, talvolta anche allโinterno del medesimo partito.
Il sistema delle preferenze aveva certamente prodotto degenerazioni, sotto forma di clientele e altre storture che sarebbe ingenuo rimpiangere. Ma conservava un elemento essenziale: il parlamentare sapeva che la propria elezione dipendeva, in larga misura, dal giudizio dei cittadini.
Le riforme introdotte negli anni successivi hanno progressivamente spostato questo equilibrio. La costruzione delle liste da parte delle segreterie e la riduzione della possibilitร di scegliere direttamente i candidati hanno rafforzato il potere dei gruppi dirigenti nella selezione della rappresentanza. Candidatura ed elezione hanno cominciato a dipendere sempre meno dal consenso personale raccolto nel territorio e sempre piรน dalla posizione assegnata nella lista. Le liste bloccate rispondevano a esigenze comprensibili: limitare la competizione interna, contenere alcuni fenomeni degenerativi e consentire alle forze politiche di selezionare una classe dirigente fedele al progetto politico. Ma ogni riforma istituzionale produce conseguenze che vanno oltre le intenzioni del legislatore. Nel tentativo di rafforzare la governabilitร si รจ modificata anche la natura della rappresentanza. Il parlamentare ha iniziato a percepire come interlocutore principale non piรน la comunitร che avrebbe dovuto rappresentare, ma lโorganizzazione politica che ne aveva reso possibile la nomina, spostando cosรฌ il centro della propria responsabilitร politica.
Al cittadino il Parlamento รจ apparso sempre meno come il luogo nel quale trovavano voce le diverse istanze delle comunitร del Paese e sempre piรน come lโespressione di gruppi dirigenti dei partiti, selezionati dallโalto. Il voto ha conservato il proprio valore formale, ma ha progressivamente perso una parte della propria forza sostanziale e simbolica. Sarebbe semplicistico attribuire lโastensionismo a questo solo fattore. La sfiducia nasce anche dalla stagnazione economica, dallโimpoverimento del ceto medio, dallโaumento delle disuguaglianze, dalla precarietร del lavoro, dalle difficoltร dei servizi pubblici e da molti altri fattori. Ma proprio perchรฉ la democrazia vive anzitutto di fiducia, il modo in cui il cittadino percepisce il proprio ruolo diventa decisivo. Di conseguenza, quando si diffonde la convinzione che la scelta degli eletti appartenga soprattutto alle segreterie e che le decisioni fondamentali siano prese altrove, la partecipazione si affievolisce e il cittadino smette progressivamente di considerare efficaci gli strumenti democratici, a cominciare dal voto. Alexis de Tocqueville lโaveva intuito. Le democrazie possono ammalarsi, e la malattia comincia quando il cittadino si ritrae dalla vita pubblica, rinuncia a partecipare e delega ad altri la cura dellโinteresse comune. Senza essere abbattute e senza che le loro istituzioni vengano formalmente soppresse, si ammalano.
Il cosiddetto โpartito del non votoโ rappresenta oggi la manifestazione piรน evidente di questa malattia. Non รจ un partito vero e proprio e non esprime una posizione omogenea. Nellโastensione convivono indifferenza, protesta, rassegnazione, esclusione, sfiducia e persino cittadini politicamente consapevoli che non trovano piรน unโofferta nella quale riconoscersi. Ma proprio questa eterogeneitร rende il fenomeno ancora piรน significativo. Quando milioni di persone, per ragioni differenti, giungono alla conclusione che votare non serva o non basti, significa che il problema ha oltrepassato i confini di un singolo schieramento.
Lโastensionismo non รจ soltanto una scelta elettorale. ร il segnale di una cittadinanza che fatica a riconoscersi protagonista della vita pubblica e che progressivamente si allontana dai corpi intermedi della societร : partiti politici, organizzazioni sindacali, associazioni datoriali e di categoria, fino alle realtร del volontariato. Quando un sistema politico non riesce piรน a rappresentare la complessitร della societร , tende istintivamente a semplificarla. La difficoltร di costruire sintesi attraverso il confronto viene sostituita dalla necessitร di costruire consenso attraverso la contrapposizione.
ร probabilmente in questo ulteriore passaggio che va letta lโevoluzione italiana: il bipolarismo si trasforma in โbipopulismoโ. Non piรน due grandi culture di governo che si alternano democraticamente alla guida del Paese, ma due schieramenti che rafforzano la propria coesione accentuando la contrapposizione reciproca. Il consenso non nasce dalla qualitร delle proposte, ma dalla capacitร di mobilitare le appartenenze, alimentare le paure e indicare nellโavversario la causa di ogni problema.
Lโidea stessa di popolo viene cosรฌ utilizzata non per allargare la partecipazione, ma per delimitare il campo degli appartenenti. Ciascuno schieramento tende a presentarsi come il rappresentante della parte autentica, sana o moralmente legittima del Paese, mentre chi sta dallโaltra parte viene descritto come estraneo, irresponsabile o perfino pericoloso. Il confronto democratico si trasforma in un giudizio morale permanente. Lโavversario non รจ piรน colui con il quale competere per il governo della stessa comunitร , ma colui dal quale la propria comunitร di ultras deve aizzata oppure devโessere salvata. In questo contesto cambia anche il linguaggio politico. La mediazione diventa sinonimo di debolezza. Il compromesso, che nella tradizione costituzionale italiana rappresentava uno degli strumenti piรน alti della democrazia parlamentare, viene descritto come una rinuncia ai principi. La moderazione viene confusa con lโindecisione o con lโopportunismo.
Eppure la storia delle istituzioni democratiche insegna il contrario. Le grandi democrazie non si consolidano grazie allโestremizzazione del conflitto. Si consolidano quando riescono a trovare un equilibrio fra decisione e mediazione, fra alternanza e continuitร istituzionale, fra il diritto della maggioranza a governare e quello della minoranza a concorrere alla formazione della volontร pubblica.
La contrapposizione รจ fisiologica in democrazia: senza di essa non esisterebbe libertร , perchรฉ non vi sarebbe la possibilitร di scegliere fra idee e interessi differenti. Diventa perรฒ patologica quando si trasforma in guerra permanente e trascina ogni istituzione dentro il conflitto politico. La magistratura, le forze dellโordine, la scuola, lโinformazione, il Parlamento e gli organi di garanzia rischiano allora di essere giudicati non per la correttezza del proprio operato, ma per la loro presunta vicinanza a uno dei due campi. Ogni sentenza viene letta in chiave politica, come nel caso della condanna di Roggero; ogni decisione amministrativa diventa sospetta; ogni intervento istituzionale viene interpretato come il prodotto di un disegno nascosto.
Lo Stato perde cosรฌ la propria funzione di terreno comune di confronto democratico e viene percepito come una delle parti in conflitto. ร il passaggio dalla fisiologica diffidenza verso il potere alla cultura generalizzata del sospetto, dalla critica alla dietrologia, dalla libertร di giudizio al complottismo. La polarizzazione non produce soltanto maggiore conflittualitร . Produce un effetto meno visibile, e piรน grave: restringe lo spazio della moderazione.
Occorre perรฒ intendersi sul significato di questa parola.
Moderazione non significa debolezza, equidistanza o rinuncia ai propri convincimenti. Non consiste nel collocarsi sempre a metร strada, nรฉ nel cercare compromessi purchรฉ siano convenienti. La moderazione รจ la capacitร di sostenere con fermezza le proprie idee senza trasformare ogni dissenso in una frattura insanabile. ร la forza di riconoscere che il proprio punto di vista, per quanto fondato, non esaurisce da solo la complessitร del bene comune. ร il coraggio di ascoltare, di mediare senza rinunciare, di decidere senza cedere e di confrontarsi senza umiliare.
Nella storia repubblicana italiana la moderazione non รจ mai stata sinonimo di inconsistenza. De Gasperi non fu moderato perchรฉ esitava a decidere. Lo fu perchรฉ comprese che ricostruire un Paese distrutto dalla guerra richiedeva piรน coraggio che alimentare nuove contrapposizioni. Luigi Einaudi non fu moderato perchรฉ privo di convinzioni. Lo fu perchรฉ sapeva che la forza delle istituzioni dipende dalla loro credibilitร , dalla responsabilitร e dal senso del limite. Don Luigi Sturzo non concepรฌ il popolarismo come una posizione intermedia fra destra e sinistra. Lo concepรฌ come una cultura politica fondata sulla dignitร della persona, sulla libertร delle comunitร , sulle autonomie, sulla responsabilitร e sulla partecipazione. Quella tradizione non chiedeva uomini deboli. Chiedeva uomini forti nei principi, non nei toni; determinati nelle convinzioni, non nelle semplificazioni; capaci di assumersi responsabilitร anche quando ciรฒ comportava il rischio dellโimpopolaritร .
ร proprio questo il coraggio di cui oggi la politica italiana ha bisogno: il coraggio di dire che i problemi non si risolvono con gli slogan; che la complessitร non รจ un difetto della democrazia, ma la sua natura; che la mediazione non รจ una resa, bensรฌ il metodo con il quale una comunitร libera trasforma il conflitto in decisione politica.
ร qui che torna ad assumere significato il tema del centro. Non il centro inteso come spazio geometrico collocato fra destra e sinistra, nรฉ il rifugio degli indecisi o lโaggregazione dei moderati espulsi o delusi dai rispettivi schieramenti.
Una sommatoria di partiti, leader ed esperienze provenienti da campi diversi potrebbe forse produrre una lista comune, ma difficilmente costruirebbe una comunitร politica. Sarebbe tuttโal piรน lโennesima operazione elettorale fondata sulla convinzione che basti sommare alcune percentuali per far nascere un progetto. Una nuova accozzaglia di centrodestra e centrosinistra, collocata al centro e unita dalla comune necessitร di sopravvivere, non rappresenterebbe unโalternativa al bipolarismo: ne riprodurrebbe le debolezze in forma ancora piรน fragile. Lโesperienza renziana del Terzo Polo ne รจ la dimostrazione.
Il centro deve nascere da una visione della societร : prima vengono le idee, poi il programma e la costruzione del consenso. Soltanto in seguito possono venire lโorganizzazione politica, le candidature e le alleanze elettorali. Invertire questo ordine significa costruire contenitori prima di sapere che cosa dovrebbero contenere; significa cercare un leader prima di avere definito la direzione, subordinare le idee alle convenienze e trasformare il programma nella sintesi tardiva di interessi giร organizzati.
La storia delle grandi culture politiche italiane insegna un percorso diverso. Prima รจ venuta una visione dellโuomo. Poi una concezione dello Stato e della societร . Da quelle premesse รจ nato un pensiero economico e sociale; da quel pensiero un programma; dal programma una comunitร politica e, infine, unโorganizzazione capace di presentarsi agli elettori. ร il percorso del liberalismo di Einaudi, del popolarismo di Sturzo e della Democrazia Cristiana di De Gasperi; ed รจ, ancora prima, il percorso inaugurato dalla โRerum Novarumโ.
Quando Leone XIII pubblicรฒ quellโenciclica non intendeva fondare un partito nรฉ costruire una coalizione. Voleva rispondere alla grande questione sociale del proprio tempo attraverso una visione della persona, del lavoro, della proprietร , della solidarietร e della responsabilitร e, cosรฌ facendo, costruรฌ una cultura. Da quella cultura sarebbero nate, negli anni successivi, esperienze sociali e politiche diverse, unite da alcuni principi destinati a segnare profondamente la storia del cattolicesimo democratico: la centralitร della persona, la dignitร del lavoro, il valore della famiglia e delle comunitร , la solidarietร , la sussidiarietร , la libertร dei corpi intermedi e la ricerca del bene comune come fine dellโazione politica.
La Rerum Novarum nacque nel cuore della societร industriale dellโOttocento, ma conserva intatta la propria forza contro lโillusione liberista secondo cui una societร potrebbe reggersi sulla sola combinazione di individuo, mercato e Stato. Leone XIII affermava che persino il libero contratto salariale incontra un limite in una giustizia anteriore e superiore alla volontร delle parti: una smentita radicale dellโidea che tutto ciรฒ che il mercato consente sia, per ciรฒ stesso, giusto. Lโenciclica riconosceva inoltre nelle associazioni, nelle organizzazioni dei lavoratori e nei corpi sociali una manifestazione della naturale socialitร dellโuomo, non un ostacolo da rimuovere in nome dellโefficienza.
ร precisamente su questo terreno che emerge il limite culturale del Partito Liberaldemocratico e di Azione. Dietro il lessico apparentemente neutrale del merito, della concorrenza, dellโefficienza e delle opportunitร si nasconde troppo spesso unโantropologia povera: il cittadino viene ridotto a individuo competitivo, il lavoratore a โcapitale umanoโ e la comunitร a semplice somma di interessi privati. Il Partito Liberaldemocratico pone esplicitamente al centro lโeconomia di mercato, la concorrenza e il merito; Azione, pur richiamandosi al liberalismo sociale e alla giustizia sociale, continua ad assumere la concorrenza come principio ordinatore fondamentale dellโeconomia.
Bobbio, che pure era un pensatore liberale, ci ha insegnato che la libertร non puรฒ essere separata dallโeguaglianza e che lo Stato sociale di diritto รจ necessario per contenere lโintemperanza delle libertร del mercato. Quando il liberalismo economico pretende di trasformarsi da strumento in principio assoluto, smette di difendere la libertร e comincia a giustificare come naturali diseguaglianze che sono invece il risultato di precisi rapporti di forza.
Il problema del Partito Liberaldemocratico e di Azione, dunque, non รจ soltanto il principio economico, ma antropologico e politico: promettono una societร di cittadini liberi, ma rischiano di costruire una societร di individui soli, costretti a competere gli uni contro gli altri e sempre piรน dipendenti dal potere economico. Il loro non รจ un progetto di emancipazione, ma la trasformazione dellโindividualismo in ideologia di governo. Una comunitร degna di questo nome non รจ un mercato popolato da consumatori isolati: รจ una rete di responsabilitร , solidarietร , autonomie, associazioni e istituzioni capaci di riconoscere la dignitร della persona prima del suo reddito, della sua produttivitร e della sua capacitร di competere.
Ricostruire un grande centro significa allora, prima di tutto, ricostruire questi legami e tornare a discutere del modello di societร che immaginiamo per il futuro dellโItalia. Significa chiedersi quale idea di sviluppo intendiamo perseguire; quale ruolo attribuiamo al lavoro, allโimpresa, alla famiglia, alla scuola, alla sanitร , alle autonomie locali e allโEuropa; come intendiamo coniugare libertร economica e giustizia sociale, merito e solidarietร , sicurezza e garanzie, identitร nazionale e integrazione europea.
Un centro degno di questo nome dovrebbe essere popolare, perchรฉ capace di parlare alle persone e alle comunitร reali; liberale, perchรฉ fondato sui limiti del potere e sulla tutela delle libertร ; riformista, perchรฉ consapevole che governare significa trasformare la realtร e non limitarsi ad amministrarla; cristianamente ispirato, perchรฉ pone la dignitร della persona e il bene comune al di sopra degli interessi di parte.
Non sarebbe un centro privo di identitร . Al contrario, dovrebbe possedere unโidentitร tanto forte da riuscire ad abitare lo spazio politico senza avere bisogno di definirsi attraverso la demonizzazione del โnemicoโ. La sua moderazione non sarebbe arrendevolezza. Sarebbe fermezza senza estremismo, dialogo senza subalternitร , disponibilitร al compromesso senza mercanteggiamento dei principi. La sua forza non nascerebbe dalla capacitร di alimentare paure o di mobilitare una tifoseria. Nascerebbe dalla credibilitร di un progetto.
Ma รจ proprio quando questo progetto tenterร di tradursi in rappresentanza politica che si presenterร il piรน insidioso strumento di conservazione del bipolarismo: il richiamo al cosiddetto โvoto utileโ. Sarร , con ogni probabilitร , uno degli argomenti centrali della prossima campagna elettorale. La destra chiederร agli elettori moderati di sostenerla per impedire la vittoria della sinistra; la sinistra rivolgerร loro lโinvito speculare, chiedendo di rinunciare a una rappresentanza autonoma per fermare la destra. Entrambe cercheranno cosรฌ di attrarre il consenso del centro non perchรฉ ne condividano davvero la cultura politica, ma alimentando il timore della vittoria avversaria.
Il ragionamento appare semplice: poichรฉ soltanto una delle due coalizioni potrebbe conquistare la maggioranza, ogni voto assegnato a una forza esterna ai due schieramenti sarebbe disperso o sottratto al campo considerato meno lontano. Ma questa rappresentazione confonde lโutilitร del voto con la probabilitร immediata di appartenere allo schieramento vincente. In una democrazia parlamentare il voto non serve soltanto a scegliere chi governerร . Serve anche a determinare come governerร , quali istanze saranno rappresentate, quale equilibrio si formerร nella maggioranza e quali limiti verranno posti alle componenti piรน radicali.
Un voto non diventa inutile perchรฉ non viene consegnato preventivamente a chi รจ indicato come favorito. Diventa inutile quando non riesce a incidere sulle politiche che saranno adottate. Un voto autonomamente espresso per una forza centrale, popolare e riformista puรฒ incidere sulla composizione del Parlamento, condizionare la formazione delle maggioranze, imporre temi ignorati dai due poli e impedire che la vita politica venga interamente determinata dalle rispettive ali estreme. Al contrario, un voto concesso soltanto per paura puรฒ concorrere alla vittoria di una coalizione senza avere alcuna reale influenza sulla sua direzione.
Il richiamo al voto utile produce inoltre un meccanismo perverso e circolare. Si sostiene che il centro non debba essere votato perchรฉ non รจ ancora abbastanza forte; ma, sottraendogli il consenso proprio in nome della sua debolezza, gli si impedisce di diventarlo. ร una profezia destinata ad autoavverarsi: il centro non esiste perchรฉ non viene votato e non deve essere votato perchรฉ non esiste. In questo modo il bipolarismo non si conserva grazie alla capacitร di rappresentare lโintera societร , ma attraverso la preventiva delegittimazione di ogni possibile alternativa.
Naturalmente una forza centrale non puรฒ limitarsi a denunciare questo ricatto. Deve meritare la libertร che chiede agli elettori. Deve presentarsi con unโidentitร riconoscibile, un programma concreto, una classe dirigente credibile, unโorganizzazione nazionale e una ragionevole possibilitร di ottenere rappresentanza. Non puรฒ chiedere un voto puramente testimoniale, nรฉ presentarsi come una sommatoria occasionale di sigle e personalitร . Ma quando queste condizioni esistono, il voto autenticamente utile non รจ quello che sceglie il male giudicato minore: รจ quello che rende politicamente possibile il bene nel quale si crede.
Il voto utile non puรฒ dunque consistere nella rinuncia preventiva alla propria identitร . Per lโelettore moderato, popolare, liberale o cristianamente ispirato, consegnarsi ogni volta a uno dei due poli significa continuare a rafforzare proprio quel sistema che ne ha progressivamente cancellato la rappresentanza. Se il centro vuole rinascere, dovrร perciรฒ affrontare apertamente questa sfida e spiegare che votare secondo coscienza, cultura politica e visione del Paese non รจ disperdere il proprio voto: รจ restituirgli significato.
ร in questo quadro che lโazione avviata dal professor Gianpiero Samorรฌ, segretario nazionale della Democrazia Cristiana, merita un giudizio politico esplicito e positivo. Non perchรฉ il nome e il simbolo della DC possano, da soli, restituire vita a una grande esperienza storica, nรฉ perchรฉ sia sufficiente richiamarsi a Sturzo, De Gasperi o alla Dottrina sociale della Chiesa per esserne automaticamente eredi. Le tradizioni politiche non si ricostruiscono attraverso la nostalgia: tornano a vivere quando sono capaci di interpretare il presente, elaborare risposte riconoscibili e organizzare una comunitร intorno a un progetto.
Il merito principale del lavoro promosso da Samorรฌ consiste proprio nellโavere cercato di ricomporre gli elementi che, negli ultimi decenni, sono stati troppo spesso separati. Non soltanto il recupero di unโidentitร e di un simbolo, ma lโelaborazione di un pensiero politico; non soltanto lโenunciazione di alcuni valori, ma la loro traduzione in un programma; non soltanto la proclamazione di un nuovo inizio, ma la costruzione degli strumenti organizzativi necessari per renderlo possibile.
La costituzione del Comitato Programma e lโelaborazione del โManifesto dei Liberi e Fortiโ hanno offerto alla nuova fase della Democrazia Cristiana una prima base culturale e politica riconoscibile. Si puรฒ naturalmente discutere ciascuna proposta, integrarla o correggerla: รจ precisamente questo il compito di un partito vivo. Ma aver affrontato in modo organico questioni come il fisco, lโeconomia sociale di mercato, il sostegno al ceto medio produttivo, il credito alle piccole imprese, la famiglia, la natalitร , le pensioni, la giustizia, la scuola, la sanitร , la sicurezza e il ruolo dellโEuropa significa aver superato la logica del generico appello ai moderati. Significa offrire contenuti sui quali chiamare cittadini, iscritti e dirigenti a confrontarsi.
A questo lavoro culturale si รจ accompagnato uno sforzo organizzativo concreto: lโapertura di una sede nazionale, la formazione di una struttura centrale, lโindividuazione di responsabilitร nellโorganizzazione e nella comunicazione, il rilancio del tesseramento, la riattivazione delle strutture regionali e provinciali, la celebrazione di congressi territoriali e la presentazione di liste e candidature nelle competizioni amministrative. Sono passaggi che possono apparire meno suggestivi di un grande annuncio politico, ma senza i quali nessun partito puรฒ esistere realmente. Un movimento non diventa nazionale perchรฉ possiede un simbolo riconosciuto o perchรฉ compare nei mezzi di informazione: lo diventa quando ha persone, sedi, responsabilitร , momenti di partecipazione e gruppi dirigenti presenti nelle comunitร .
Proprio questo radicamento rappresenta una delle condizioni essenziali per ricostruire una presenza politica popolare. La Democrazia Cristiana storica non fu soltanto un partito parlamentare o una classe dirigente nazionale. Fu una rete di amministratori, sezioni, associazioni, cooperative, categorie professionali, movimenti giovanili e realtร territoriali. Naturalmente quel mondo non puรฒ essere riprodotto artificialmente e la societร italiana di oggi รจ profondamente diversa. Ma la lezione rimane valida: non esiste autentica rappresentanza senza organizzazione e non esiste organizzazione politica duratura senza partecipazione dal basso.
Lโapprezzamento per il lavoro di Samorรฌ non implica dunque la dichiarazione prematura che la ricostruzione sia giร riuscita. La prova decisiva consisterร nella capacitร di consolidare una presenza nazionale, aprire il partito a nuove energie, garantire democrazia interna, selezionare una classe dirigente competente, coinvolgere giovani, donne, amministratori e corpi intermedi, evitando tanto il personalismo quanto la frammentazione che hanno segnato molte esperienze centriste. Consisterร soprattutto nella capacitร di mettere il progetto davanti alle collocazioni e alle convenienze elettorali.
Ma proprio perchรฉ il percorso รจ ancora difficile, sarebbe ingeneroso non riconoscere il valore di ciรฒ che รจ stato fatto. In una politica nella quale spesso si cercano prima le alleanze, poi i candidati e soltanto alla fine le idee con cui giustificarli, Samorรฌ ha tentato di seguire il cammino opposto: definire unโidentitร , elaborare un programma, costruire unโorganizzazione e ricercare infine la rappresentanza. ร il medesimo ordine che dovrebbe guidare la rinascita di un centro politico credibile.
Per queste ragioni il tentativo di ricostruzione della Democrazia Cristiana merita attenzione, fiducia e sostegno. Non come operazione nostalgica o come semplice ritorno di una sigla del passato, ma come possibile punto di partenza per restituire una casa politica a quella parte del Paese che non si riconosce nella contrapposizione permanente, che rifiuta tanto il populismo quanto lโestremismo e che continua a credere nella persona, nella libertร , nella responsabilitร , nella solidarietร e nel bene comune.
ร un percorso piรน lungo e difficile di una trattativa fra partiti. Richiede cultura, coraggio, generositร e classi dirigenti disposte a mettere il progetto davanti alle ambizioni personali. Ma le grandi stagioni della politica italiana non sono nate da una somma di sigle o da unโoperazione di palazzo. Sono nate da unโidea dellโuomo e della societร capace di diventare speranza e da una speranza capace, infine, di farsi progetto politico.
a Cura del Coordinamento Nazionale ed Interregionale della Comunicazione della Democrazia Cristiana

