Andare oltre il bipolarismo, ricostruire il centro della democrazia

di Ermanno Boretto

Da qualche tempo il bipolarismo italiano mostra evidenti segni di logoramento. Le tensioni interne al centrodestra e al centrosinistra non appaiono piรน come semplici divergenze tattiche, fisiologiche in qualunque coalizione, ma rivelano una difficoltร  piรน profonda: ricondurre dentro due soli schieramenti culture politiche, interessi sociali e concezioni dello Stato molto differenti tra loro.

Le coalizioni continuano a presentarsi agli elettori come soggetti unitari, ma spesso lo sono soprattutto nel momento della competizione elettorale. Una volta superata la necessitร  di battere lโ€™avversario, riemergono divisioni sostanziali sulla politica economica, sullโ€™Europa, sui rapporti internazionali, sulla giustizia, sui diritti, sullโ€™immigrazione, sulle autonomie e sul ruolo delle istituzioni. Il bipolarismo sopravvive come strumento di aggregazione del consenso, ma appare sempre meno capace di produrre autentiche culture di governo.

Il centrodestra raccoglie forze conservatrici, nazionaliste, autonomiste, liberali e popolari, unite dalla comune appartenenza alla coalizione ma non necessariamente dalla medesima idea dellโ€™Europa, dellโ€™economia o dello Stato. Il centrosinistra riunisce culture socialdemocratiche, progressiste, ambientaliste, populiste, liberal-democratiche e istanze sociali che possono convergere nella competizione contro la destra, ma faticano a elaborare una sintesi altrettanto chiara quando devono definire un modello di sviluppo, una politica estera o un progetto riformista condiviso.

Non siamo dunque soltanto di fronte alla crisi di due alleanze. Sta emergendo lโ€™impossibilitร  di comprimere la complessitร  della societร  italiana dentro una rappresentazione bipolare.

Per comprenderne le ragioni occorre tornare alle origini della Seconda Repubblica. Allโ€™inizio degli anni Novanta il passaggio verso una competizione fra due grandi schieramenti rispondeva a esigenze reali. Il sistema della Prima Repubblica appariva logorato; lโ€™instabilitร  dei governi era diventata uno dei simboli della debolezza italiana. Lโ€™opinione pubblica chiedeva, insieme allโ€™alternanza, responsabilitร  piรน chiare e maggioranze capaci di governare.

Il bipolarismo sembrรฒ offrire una risposta. Attraverso la riforma delle leggi elettorali, la costruzione preventiva delle coalizioni e il ricorso a meccanismi maggioritari, si cercรฒ di consentire agli elettori non soltanto di scegliere i propri rappresentanti, ma anche di indicare quale schieramento avrebbe dovuto assumere la guida del Paese. Lโ€™obiettivo fu, almeno in parte, raggiunto. Lโ€™alternanza divenne possibile, le maggioranze risultarono piรน facilmente identificabili e i governi acquisirono una maggiore riconoscibilitร  politica. Ma quella trasformazione avvenne senza una corrispondente revisione dellโ€™architettura costituzionale.

Il sistema elettorale fu spinto in direzione maggioritaria, mentre la Costituzione rimase quella di una Repubblica parlamentare fondata sul pluralismo, quindi sulla rappresentanza delle differenti culture politiche e sulla centralitร  della mediazione. In questa distanza fra la logica elettorale e la logica costituzionale risiede tuttora uno dei nodi irrisolti della Seconda Repubblica.

La Costituzione del 1948 non era stata pensata per una contrapposizione fra due blocchi rigidamente alternativi. Era nata dallโ€™incontro fra tradizioni diverse: cattolica, liberale, socialista, comunista e repubblicana. Tradizioni che, dopo il fascismo e la guerra, avevano scelto di costruire un ordinamento nel quale nessuna forza potesse concentrare interamente il potere e nel quale la decisione pubblica fosse il risultato di un procedimento complesso di confronto, controllo e bilanciamento.

La forma parlamentare, il bicameralismo, il ruolo del presidente della Repubblica, lโ€™indipendenza della magistratura, la Corte costituzionale, le autonomie territoriali e la stessa articolazione dei procedimenti legislativi rispondono a questa concezione. Non sono soltanto strumenti tecnici. Esprimono una diffidenza verso la concentrazione del potere e una preferenza per la composizione delle differenze.

Anche la conformazione delle aule parlamentari puรฒ essere letta come il simbolo di questa cultura istituzionale. Camera e Senato non riproducono il modello britannico degli scranni contrapposti, nel quale maggioranza e opposizione si fronteggiano fisicamente come due eserciti. Lโ€™emiciclo dispone le rappresentanze lungo una linea continua e rende visibile lโ€™esistenza di posizioni intermedie.

Naturalmente lโ€™architettura non determina il comportamento politico e un emiciclo non garantisce, da solo, la qualitร  della mediazione. Ma riflette una concezione della rappresentanza diversa da quella rigidamente bipartitica. Nel modello di Westminster il confronto รจ costruito intorno allโ€™alternativa fra governo e opposizione; nella tradizione parlamentare continentale, e in particolare in quella italiana, il Parlamento รจ anche il luogo nel quale le diverse componenti politiche sono chiamate a incontrarsi, a confrontarsi e, quando necessario, a modificare le proprie posizioni.

Non รจ un caso che la cultura politica italiana sia storicamente fatta di articolazioni e mediazioni. La sua storia รจ segnata dai comuni, dalle autonomie territoriali, dalle appartenenze religiose, dalle culture locali, dai movimenti politici e sociali, dai sindacati, dalle associazioni professionali, dalle cooperative e da una pluralitร  di corpi intermedi. Il multipartitismo della Prima Repubblica rifletteva una societร  realmente plurale, nella quale le principali culture politiche possedevano organizzazioni, territori, gruppi sociali di riferimento, strumenti di formazione e differenti visioni del bene comune.

Con la Seconda Repubblica gli italiani hanno iniziato a votare in un sistema apparentemente bipolare, ma hanno continuato a pensare, scegliere e riconoscersi secondo una logica molto piรน articolata. Il bipolarismo italiano รจ stato dunque, in larga misura, una sovrastruttura elettorale costruita sopra una societร  e un ordinamento rimasti profondamente pluralisti. Per alcuni anni questa costruzione ha retto. La tenuta di questo sistema poggiava su due leadership fortemente democratiche e di ispirazione una cattolica e lโ€™altra liberale (Prodi e Berlusconi) e dalla promessa di una maggiore governabilitร . Questa stabilitร  apparente, tuttavia, non ha eliminato le differenze interne: le ha disciplinate durante la campagna elettorale, lโ€™una in nome dellโ€™antiberlusconismo, e lโ€™altra nel nome dellโ€™anticomunismo, spostando quindi lโ€™esplosione delle conflittualitร  dopo le elezioni, cioรจ al momento in cui la vincente era chiamata a governare.

Le tensioni che oggi attraversano gli schieramenti non rappresentano perciรฒ un fenomeno improvviso. Sono il riemergere di quella pluralitร  che il bipolarismo โ€œberlusco-prodianoโ€ aveva, per circa un ventennio, cercato di ordinare, ma che non era riuscito a trasformare in due autentiche culture politiche alternative. Sarebbe tuttavia riduttivo fermarsi alla crisi del bipolarismo. Il suo logoramento รจ reale, ma non costituisce ancora la questione fondamentale. La domanda piรน profonda riguarda ciรฒ che รจ accaduto alla democrazia italiana mentre, nel tentativo di assicurare la governabilitร , si modificavano il rapporto fra elettori e partiti e il ruolo stesso dei rappresentanti.

In una democrazia rappresentativa il parlamentare non riceve soltanto un mandato giuridico. Riceve una legittimazione politica che nasce dal consenso e dal rapporto con una comunitร . Quel legame con gli elettori costituisce il fondamento della sua autonomia, perchรฉ รจ anzitutto verso di essi che dovrebbe rendere conto del proprio operato. Per decenni, pur con tutti i limiti e le degenerazioni della Prima Repubblica, questo rapporto ha rappresentato uno degli elementi caratterizzanti della politica italiana. Il candidato doveva costruire consenso, confrontarsi con il territorio, mantenere relazioni con il proprio collegio e misurarsi con altre candidature, talvolta anche allโ€™interno del medesimo partito.

Il sistema delle preferenze aveva certamente prodotto degenerazioni, sotto forma di clientele e altre storture che sarebbe ingenuo rimpiangere. Ma conservava un elemento essenziale: il parlamentare sapeva che la propria elezione dipendeva, in larga misura, dal giudizio dei cittadini.

Le riforme introdotte negli anni successivi hanno progressivamente spostato questo equilibrio. La costruzione delle liste da parte delle segreterie e la riduzione della possibilitร  di scegliere direttamente i candidati hanno rafforzato il potere dei gruppi dirigenti nella selezione della rappresentanza. Candidatura ed elezione hanno cominciato a dipendere sempre meno dal consenso personale raccolto nel territorio e sempre piรน dalla posizione assegnata nella lista. Le liste bloccate rispondevano a esigenze comprensibili: limitare la competizione interna, contenere alcuni fenomeni degenerativi e consentire alle forze politiche di selezionare una classe dirigente fedele al progetto politico. Ma ogni riforma istituzionale produce conseguenze che vanno oltre le intenzioni del legislatore. Nel tentativo di rafforzare la governabilitร  si รจ modificata anche la natura della rappresentanza. Il parlamentare ha iniziato a percepire come interlocutore principale non piรน la comunitร  che avrebbe dovuto rappresentare, ma lโ€™organizzazione politica che ne aveva reso possibile la nomina, spostando cosรฌ il centro della propria responsabilitร  politica.

Al cittadino il Parlamento รจ apparso sempre meno come il luogo nel quale trovavano voce le diverse istanze delle comunitร  del Paese e sempre piรน come lโ€™espressione di gruppi dirigenti dei partiti, selezionati dallโ€™alto. Il voto ha conservato il proprio valore formale, ma ha progressivamente perso una parte della propria forza sostanziale e simbolica. Sarebbe semplicistico attribuire lโ€™astensionismo a questo solo fattore. La sfiducia nasce anche dalla stagnazione economica, dallโ€™impoverimento del ceto medio, dallโ€™aumento delle disuguaglianze, dalla precarietร  del lavoro, dalle difficoltร  dei servizi pubblici e da molti altri fattori. Ma proprio perchรฉ la democrazia vive anzitutto di fiducia, il modo in cui il cittadino percepisce il proprio ruolo diventa decisivo. Di conseguenza, quando si diffonde la convinzione che la scelta degli eletti appartenga soprattutto alle segreterie e che le decisioni fondamentali siano prese altrove, la partecipazione si affievolisce e il cittadino smette progressivamente di considerare efficaci gli strumenti democratici, a cominciare dal voto. Alexis de Tocqueville lโ€™aveva intuito. Le democrazie possono ammalarsi, e la malattia comincia quando il cittadino si ritrae dalla vita pubblica, rinuncia a partecipare e delega ad altri la cura dellโ€™interesse comune. Senza essere abbattute e senza che le loro istituzioni vengano formalmente soppresse, si ammalano.

Il cosiddetto โ€œpartito del non votoโ€ rappresenta oggi la manifestazione piรน evidente di questa malattia. Non รจ un partito vero e proprio e non esprime una posizione omogenea. Nellโ€™astensione convivono indifferenza, protesta, rassegnazione, esclusione, sfiducia e persino cittadini politicamente consapevoli che non trovano piรน unโ€™offerta nella quale riconoscersi. Ma proprio questa eterogeneitร  rende il fenomeno ancora piรน significativo. Quando milioni di persone, per ragioni differenti, giungono alla conclusione che votare non serva o non basti, significa che il problema ha oltrepassato i confini di un singolo schieramento.

Lโ€™astensionismo non รจ soltanto una scelta elettorale. รˆ il segnale di una cittadinanza che fatica a riconoscersi protagonista della vita pubblica e che progressivamente si allontana dai corpi intermedi della societร : partiti politici, organizzazioni sindacali, associazioni datoriali e di categoria, fino alle realtร  del volontariato. Quando un sistema politico non riesce piรน a rappresentare la complessitร  della societร , tende istintivamente a semplificarla. La difficoltร  di costruire sintesi attraverso il confronto viene sostituita dalla necessitร  di costruire consenso attraverso la contrapposizione.

รˆ probabilmente in questo ulteriore passaggio che va letta lโ€™evoluzione italiana: il bipolarismo si trasforma in โ€œbipopulismoโ€. Non piรน due grandi culture di governo che si alternano democraticamente alla guida del Paese, ma due schieramenti che rafforzano la propria coesione accentuando la contrapposizione reciproca. Il consenso non nasce dalla qualitร  delle proposte, ma dalla capacitร  di mobilitare le appartenenze, alimentare le paure e indicare nellโ€™avversario la causa di ogni problema.

Lโ€™idea stessa di popolo viene cosรฌ utilizzata non per allargare la partecipazione, ma per delimitare il campo degli appartenenti. Ciascuno schieramento tende a presentarsi come il rappresentante della parte autentica, sana o moralmente legittima del Paese, mentre chi sta dallโ€™altra parte viene descritto come estraneo, irresponsabile o perfino pericoloso. Il confronto democratico si trasforma in un giudizio morale permanente. Lโ€™avversario non รจ piรน colui con il quale competere per il governo della stessa comunitร , ma colui dal quale la propria comunitร  di ultras deve aizzata oppure devโ€™essere salvata. In questo contesto cambia anche il linguaggio politico. La mediazione diventa sinonimo di debolezza. Il compromesso, che nella tradizione costituzionale italiana rappresentava uno degli strumenti piรน alti della democrazia parlamentare, viene descritto come una rinuncia ai principi. La moderazione viene confusa con lโ€™indecisione o con lโ€™opportunismo.

Eppure la storia delle istituzioni democratiche insegna il contrario. Le grandi democrazie non si consolidano grazie allโ€™estremizzazione del conflitto. Si consolidano quando riescono a trovare un equilibrio fra decisione e mediazione, fra alternanza e continuitร  istituzionale, fra il diritto della maggioranza a governare e quello della minoranza a concorrere alla formazione della volontร  pubblica.

La contrapposizione รจ fisiologica in democrazia: senza di essa non esisterebbe libertร , perchรฉ non vi sarebbe la possibilitร  di scegliere fra idee e interessi differenti. Diventa perรฒ patologica quando si trasforma in guerra permanente e trascina ogni istituzione dentro il conflitto politico. La magistratura, le forze dellโ€™ordine, la scuola, lโ€™informazione, il Parlamento e gli organi di garanzia rischiano allora di essere giudicati non per la correttezza del proprio operato, ma per la loro presunta vicinanza a uno dei due campi. Ogni sentenza viene letta in chiave politica, come nel caso della condanna di Roggero; ogni decisione amministrativa diventa sospetta; ogni intervento istituzionale viene interpretato come il prodotto di un disegno nascosto.

Lo Stato perde cosรฌ la propria funzione di terreno comune di confronto democratico e viene percepito come una delle parti in conflitto. รˆ il passaggio dalla fisiologica diffidenza verso il potere alla cultura generalizzata del sospetto, dalla critica alla dietrologia, dalla libertร  di giudizio al complottismo. La polarizzazione non produce soltanto maggiore conflittualitร . Produce un effetto meno visibile, e piรน grave: restringe lo spazio della moderazione.

Occorre perรฒ intendersi sul significato di questa parola.

Moderazione non significa debolezza, equidistanza o rinuncia ai propri convincimenti. Non consiste nel collocarsi sempre a metร  strada, nรฉ nel cercare compromessi purchรฉ siano convenienti. La moderazione รจ la capacitร  di sostenere con fermezza le proprie idee senza trasformare ogni dissenso in una frattura insanabile. รˆ la forza di riconoscere che il proprio punto di vista, per quanto fondato, non esaurisce da solo la complessitร  del bene comune. รˆ il coraggio di ascoltare, di mediare senza rinunciare, di decidere senza cedere e di confrontarsi senza umiliare.

Nella storia repubblicana italiana la moderazione non รจ mai stata sinonimo di inconsistenza. De Gasperi non fu moderato perchรฉ esitava a decidere. Lo fu perchรฉ comprese che ricostruire un Paese distrutto dalla guerra richiedeva piรน coraggio che alimentare nuove contrapposizioni. Luigi Einaudi non fu moderato perchรฉ privo di convinzioni. Lo fu perchรฉ sapeva che la forza delle istituzioni dipende dalla loro credibilitร , dalla responsabilitร  e dal senso del limite. Don Luigi Sturzo non concepรฌ il popolarismo come una posizione intermedia fra destra e sinistra. Lo concepรฌ come una cultura politica fondata sulla dignitร  della persona, sulla libertร  delle comunitร , sulle autonomie, sulla responsabilitร  e sulla partecipazione. Quella tradizione non chiedeva uomini deboli. Chiedeva uomini forti nei principi, non nei toni; determinati nelle convinzioni, non nelle semplificazioni; capaci di assumersi responsabilitร  anche quando ciรฒ comportava il rischio dellโ€™impopolaritร .

รˆ proprio questo il coraggio di cui oggi la politica italiana ha bisogno: il coraggio di dire che i problemi non si risolvono con gli slogan; che la complessitร  non รจ un difetto della democrazia, ma la sua natura; che la mediazione non รจ una resa, bensรฌ il metodo con il quale una comunitร  libera trasforma il conflitto in decisione politica.

รˆ qui che torna ad assumere significato il tema del centro. Non il centro inteso come spazio geometrico collocato fra destra e sinistra, nรฉ il rifugio degli indecisi o lโ€™aggregazione dei moderati espulsi o delusi dai rispettivi schieramenti.

Una sommatoria di partiti, leader ed esperienze provenienti da campi diversi potrebbe forse produrre una lista comune, ma difficilmente costruirebbe una comunitร  politica. Sarebbe tuttโ€™al piรน lโ€™ennesima operazione elettorale fondata sulla convinzione che basti sommare alcune percentuali per far nascere un progetto. Una nuova accozzaglia di centrodestra e centrosinistra, collocata al centro e unita dalla comune necessitร  di sopravvivere, non rappresenterebbe unโ€™alternativa al bipolarismo: ne riprodurrebbe le debolezze in forma ancora piรน fragile. Lโ€™esperienza renziana del Terzo Polo ne รจ la dimostrazione.

Il centro deve nascere da una visione della societร : prima vengono le idee, poi il programma e la costruzione del consenso. Soltanto in seguito possono venire lโ€™organizzazione politica, le candidature e le alleanze elettorali. Invertire questo ordine significa costruire contenitori prima di sapere che cosa dovrebbero contenere; significa cercare un leader prima di avere definito la direzione, subordinare le idee alle convenienze e trasformare il programma nella sintesi tardiva di interessi giร  organizzati.

La storia delle grandi culture politiche italiane insegna un percorso diverso. Prima รจ venuta una visione dellโ€™uomo. Poi una concezione dello Stato e della societร . Da quelle premesse รจ nato un pensiero economico e sociale; da quel pensiero un programma; dal programma una comunitร  politica e, infine, unโ€™organizzazione capace di presentarsi agli elettori. รˆ il percorso del liberalismo di Einaudi, del popolarismo di Sturzo e della Democrazia Cristiana di De Gasperi; ed รจ, ancora prima, il percorso inaugurato dalla โ€œRerum Novarumโ€.

Quando Leone XIII pubblicรฒ quellโ€™enciclica non intendeva fondare un partito nรฉ costruire una coalizione. Voleva rispondere alla grande questione sociale del proprio tempo attraverso una visione della persona, del lavoro, della proprietร , della solidarietร  e della responsabilitร  e, cosรฌ facendo, costruรฌ una cultura. Da quella cultura sarebbero nate, negli anni successivi, esperienze sociali e politiche diverse, unite da alcuni principi destinati a segnare profondamente la storia del cattolicesimo democratico: la centralitร  della persona, la dignitร  del lavoro, il valore della famiglia e delle comunitร , la solidarietร , la sussidiarietร , la libertร  dei corpi intermedi e la ricerca del bene comune come fine dellโ€™azione politica.

La Rerum Novarum nacque nel cuore della societร  industriale dellโ€™Ottocento, ma conserva intatta la propria forza contro lโ€™illusione liberista secondo cui una societร  potrebbe reggersi sulla sola combinazione di individuo, mercato e Stato. Leone XIII affermava che persino il libero contratto salariale incontra un limite in una giustizia anteriore e superiore alla volontร  delle parti: una smentita radicale dellโ€™idea che tutto ciรฒ che il mercato consente sia, per ciรฒ stesso, giusto. Lโ€™enciclica riconosceva inoltre nelle associazioni, nelle organizzazioni dei lavoratori e nei corpi sociali una manifestazione della naturale socialitร  dellโ€™uomo, non un ostacolo da rimuovere in nome dellโ€™efficienza.

รˆ precisamente su questo terreno che emerge il limite culturale del Partito Liberaldemocratico e di Azione. Dietro il lessico apparentemente neutrale del merito, della concorrenza, dellโ€™efficienza e delle opportunitร  si nasconde troppo spesso unโ€™antropologia povera: il cittadino viene ridotto a individuo competitivo, il lavoratore a โ€œcapitale umanoโ€ e la comunitร  a semplice somma di interessi privati. Il Partito Liberaldemocratico pone esplicitamente al centro lโ€™economia di mercato, la concorrenza e il merito; Azione, pur richiamandosi al liberalismo sociale e alla giustizia sociale, continua ad assumere la concorrenza come principio ordinatore fondamentale dellโ€™economia.

Bobbio, che pure era un pensatore liberale, ci ha insegnato che la libertร  non puรฒ essere separata dallโ€™eguaglianza e che lo Stato sociale di diritto รจ necessario per contenere lโ€™intemperanza delle libertร  del mercato. Quando il liberalismo economico pretende di trasformarsi da strumento in principio assoluto, smette di difendere la libertร  e comincia a giustificare come naturali diseguaglianze che sono invece il risultato di precisi rapporti di forza.

Il problema del Partito Liberaldemocratico e di Azione, dunque, non รจ soltanto il principio economico, ma antropologico e politico: promettono una societร  di cittadini liberi, ma rischiano di costruire una societร  di individui soli, costretti a competere gli uni contro gli altri e sempre piรน dipendenti dal potere economico. Il loro non รจ un progetto di emancipazione, ma la trasformazione dellโ€™individualismo in ideologia di governo. Una comunitร  degna di questo nome non รจ un mercato popolato da consumatori isolati: รจ una rete di responsabilitร , solidarietร , autonomie, associazioni e istituzioni capaci di riconoscere la dignitร  della persona prima del suo reddito, della sua produttivitร  e della sua capacitร  di competere.

Ricostruire un grande centro significa allora, prima di tutto, ricostruire questi legami e tornare a discutere del modello di societร  che immaginiamo per il futuro dellโ€™Italia. Significa chiedersi quale idea di sviluppo intendiamo perseguire; quale ruolo attribuiamo al lavoro, allโ€™impresa, alla famiglia, alla scuola, alla sanitร , alle autonomie locali e allโ€™Europa; come intendiamo coniugare libertร  economica e giustizia sociale, merito e solidarietร , sicurezza e garanzie, identitร  nazionale e integrazione europea.

Un centro degno di questo nome dovrebbe essere popolare, perchรฉ capace di parlare alle persone e alle comunitร  reali; liberale, perchรฉ fondato sui limiti del potere e sulla tutela delle libertร ; riformista, perchรฉ consapevole che governare significa trasformare la realtร  e non limitarsi ad amministrarla; cristianamente ispirato, perchรฉ pone la dignitร  della persona e il bene comune al di sopra degli interessi di parte.

Non sarebbe un centro privo di identitร . Al contrario, dovrebbe possedere unโ€™identitร  tanto forte da riuscire ad abitare lo spazio politico senza avere bisogno di definirsi attraverso la demonizzazione del โ€œnemicoโ€. La sua moderazione non sarebbe arrendevolezza. Sarebbe fermezza senza estremismo, dialogo senza subalternitร , disponibilitร  al compromesso senza mercanteggiamento dei principi. La sua forza non nascerebbe dalla capacitร  di alimentare paure o di mobilitare una tifoseria. Nascerebbe dalla credibilitร  di un progetto.

Ma รจ proprio quando questo progetto tenterร  di tradursi in rappresentanza politica che si presenterร  il piรน insidioso strumento di conservazione del bipolarismo: il richiamo al cosiddetto โ€œvoto utileโ€. Sarร , con ogni probabilitร , uno degli argomenti centrali della prossima campagna elettorale. La destra chiederร  agli elettori moderati di sostenerla per impedire la vittoria della sinistra; la sinistra rivolgerร  loro lโ€™invito speculare, chiedendo di rinunciare a una rappresentanza autonoma per fermare la destra. Entrambe cercheranno cosรฌ di attrarre il consenso del centro non perchรฉ ne condividano davvero la cultura politica, ma alimentando il timore della vittoria avversaria.

Il ragionamento appare semplice: poichรฉ soltanto una delle due coalizioni potrebbe conquistare la maggioranza, ogni voto assegnato a una forza esterna ai due schieramenti sarebbe disperso o sottratto al campo considerato meno lontano. Ma questa rappresentazione confonde lโ€™utilitร  del voto con la probabilitร  immediata di appartenere allo schieramento vincente. In una democrazia parlamentare il voto non serve soltanto a scegliere chi governerร . Serve anche a determinare come governerร , quali istanze saranno rappresentate, quale equilibrio si formerร  nella maggioranza e quali limiti verranno posti alle componenti piรน radicali.

Un voto non diventa inutile perchรฉ non viene consegnato preventivamente a chi รจ indicato come favorito. Diventa inutile quando non riesce a incidere sulle politiche che saranno adottate. Un voto autonomamente espresso per una forza centrale, popolare e riformista puรฒ incidere sulla composizione del Parlamento, condizionare la formazione delle maggioranze, imporre temi ignorati dai due poli e impedire che la vita politica venga interamente determinata dalle rispettive ali estreme. Al contrario, un voto concesso soltanto per paura puรฒ concorrere alla vittoria di una coalizione senza avere alcuna reale influenza sulla sua direzione.

Il richiamo al voto utile produce inoltre un meccanismo perverso e circolare. Si sostiene che il centro non debba essere votato perchรฉ non รจ ancora abbastanza forte; ma, sottraendogli il consenso proprio in nome della sua debolezza, gli si impedisce di diventarlo. รˆ una profezia destinata ad autoavverarsi: il centro non esiste perchรฉ non viene votato e non deve essere votato perchรฉ non esiste. In questo modo il bipolarismo non si conserva grazie alla capacitร  di rappresentare lโ€™intera societร , ma attraverso la preventiva delegittimazione di ogni possibile alternativa.

Naturalmente una forza centrale non puรฒ limitarsi a denunciare questo ricatto. Deve meritare la libertร  che chiede agli elettori. Deve presentarsi con unโ€™identitร  riconoscibile, un programma concreto, una classe dirigente credibile, unโ€™organizzazione nazionale e una ragionevole possibilitร  di ottenere rappresentanza. Non puรฒ chiedere un voto puramente testimoniale, nรฉ presentarsi come una sommatoria occasionale di sigle e personalitร . Ma quando queste condizioni esistono, il voto autenticamente utile non รจ quello che sceglie il male giudicato minore: รจ quello che rende politicamente possibile il bene nel quale si crede.

Il voto utile non puรฒ dunque consistere nella rinuncia preventiva alla propria identitร . Per lโ€™elettore moderato, popolare, liberale o cristianamente ispirato, consegnarsi ogni volta a uno dei due poli significa continuare a rafforzare proprio quel sistema che ne ha progressivamente cancellato la rappresentanza. Se il centro vuole rinascere, dovrร  perciรฒ affrontare apertamente questa sfida e spiegare che votare secondo coscienza, cultura politica e visione del Paese non รจ disperdere il proprio voto: รจ restituirgli significato.

รˆ in questo quadro che lโ€™azione avviata dal professor Gianpiero Samorรฌ, segretario nazionale della Democrazia Cristiana, merita un giudizio politico esplicito e positivo. Non perchรฉ il nome e il simbolo della DC possano, da soli, restituire vita a una grande esperienza storica, nรฉ perchรฉ sia sufficiente richiamarsi a Sturzo, De Gasperi o alla Dottrina sociale della Chiesa per esserne automaticamente eredi. Le tradizioni politiche non si ricostruiscono attraverso la nostalgia: tornano a vivere quando sono capaci di interpretare il presente, elaborare risposte riconoscibili e organizzare una comunitร  intorno a un progetto.

Il merito principale del lavoro promosso da Samorรฌ consiste proprio nellโ€™avere cercato di ricomporre gli elementi che, negli ultimi decenni, sono stati troppo spesso separati. Non soltanto il recupero di unโ€™identitร  e di un simbolo, ma lโ€™elaborazione di un pensiero politico; non soltanto lโ€™enunciazione di alcuni valori, ma la loro traduzione in un programma; non soltanto la proclamazione di un nuovo inizio, ma la costruzione degli strumenti organizzativi necessari per renderlo possibile.

La costituzione del Comitato Programma e lโ€™elaborazione del โ€œManifesto dei Liberi e Fortiโ€ hanno offerto alla nuova fase della Democrazia Cristiana una prima base culturale e politica riconoscibile. Si puรฒ naturalmente discutere ciascuna proposta, integrarla o correggerla: รจ precisamente questo il compito di un partito vivo. Ma aver affrontato in modo organico questioni come il fisco, lโ€™economia sociale di mercato, il sostegno al ceto medio produttivo, il credito alle piccole imprese, la famiglia, la natalitร , le pensioni, la giustizia, la scuola, la sanitร , la sicurezza e il ruolo dellโ€™Europa significa aver superato la logica del generico appello ai moderati. Significa offrire contenuti sui quali chiamare cittadini, iscritti e dirigenti a confrontarsi.

A questo lavoro culturale si รจ accompagnato uno sforzo organizzativo concreto: lโ€™apertura di una sede nazionale, la formazione di una struttura centrale, lโ€™individuazione di responsabilitร  nellโ€™organizzazione e nella comunicazione, il rilancio del tesseramento, la riattivazione delle strutture regionali e provinciali, la celebrazione di congressi territoriali e la presentazione di liste e candidature nelle competizioni amministrative. Sono passaggi che possono apparire meno suggestivi di un grande annuncio politico, ma senza i quali nessun partito puรฒ esistere realmente. Un movimento non diventa nazionale perchรฉ possiede un simbolo riconosciuto o perchรฉ compare nei mezzi di informazione: lo diventa quando ha persone, sedi, responsabilitร , momenti di partecipazione e gruppi dirigenti presenti nelle comunitร .

Proprio questo radicamento rappresenta una delle condizioni essenziali per ricostruire una presenza politica popolare. La Democrazia Cristiana storica non fu soltanto un partito parlamentare o una classe dirigente nazionale. Fu una rete di amministratori, sezioni, associazioni, cooperative, categorie professionali, movimenti giovanili e realtร  territoriali. Naturalmente quel mondo non puรฒ essere riprodotto artificialmente e la societร  italiana di oggi รจ profondamente diversa. Ma la lezione rimane valida: non esiste autentica rappresentanza senza organizzazione e non esiste organizzazione politica duratura senza partecipazione dal basso.

Lโ€™apprezzamento per il lavoro di Samorรฌ non implica dunque la dichiarazione prematura che la ricostruzione sia giร  riuscita. La prova decisiva consisterร  nella capacitร  di consolidare una presenza nazionale, aprire il partito a nuove energie, garantire democrazia interna, selezionare una classe dirigente competente, coinvolgere giovani, donne, amministratori e corpi intermedi, evitando tanto il personalismo quanto la frammentazione che hanno segnato molte esperienze centriste. Consisterร  soprattutto nella capacitร  di mettere il progetto davanti alle collocazioni e alle convenienze elettorali.

Ma proprio perchรฉ il percorso รจ ancora difficile, sarebbe ingeneroso non riconoscere il valore di ciรฒ che รจ stato fatto. In una politica nella quale spesso si cercano prima le alleanze, poi i candidati e soltanto alla fine le idee con cui giustificarli, Samorรฌ ha tentato di seguire il cammino opposto: definire unโ€™identitร , elaborare un programma, costruire unโ€™organizzazione e ricercare infine la rappresentanza. รˆ il medesimo ordine che dovrebbe guidare la rinascita di un centro politico credibile.

Per queste ragioni il tentativo di ricostruzione della Democrazia Cristiana merita attenzione, fiducia e sostegno. Non come operazione nostalgica o come semplice ritorno di una sigla del passato, ma come possibile punto di partenza per restituire una casa politica a quella parte del Paese che non si riconosce nella contrapposizione permanente, che rifiuta tanto il populismo quanto lโ€™estremismo e che continua a credere nella persona, nella libertร , nella responsabilitร , nella solidarietร  e nel bene comune.

รˆ un percorso piรน lungo e difficile di una trattativa fra partiti. Richiede cultura, coraggio, generositร  e classi dirigenti disposte a mettere il progetto davanti alle ambizioni personali. Ma le grandi stagioni della politica italiana non sono nate da una somma di sigle o da unโ€™operazione di palazzo. Sono nate da unโ€™idea dellโ€™uomo e della societร  capace di diventare speranza e da una speranza capace, infine, di farsi progetto politico.


a Cura del Coordinamento Nazionale ed Interregionale della Comunicazione della Democrazia Cristiana