La lotta contro la mafia e contro ogni forma di criminalità organizzata non può essere soltanto affidata alla repressione giudiziaria. È prima di tutto una battaglia culturale, morale e politica. Nella storia del cattolicesimo democratico italiano questa battaglia ha avuto testimoni che hanno pagato con la vita la scelta di non piegarsi al potere mafioso. Ricordarli significa riaffermare che non può esistere autentica politica cristiana senza legalità, libertà e difesa della dignità della persona.

La storia della Democrazia Cristiana, soprattutto nelle terre nelle quali la criminalità organizzata ha tentato più pesantemente di condizionare la politica e le istituzioni, è stata anche la storia di uomini che hanno scelto di opporsi alla mafia pagando, in alcuni casi, il prezzo più alto.

Non sarebbe corretto trasformare questa memoria in una rappresentazione priva di ombre. La storia politica italiana e quella della stessa Democrazia Cristiana hanno conosciuto contraddizioni, errori e vicende che devono essere affrontate con rigore storico. Ma proprio dentro questa storia emergono con straordinaria forza figure che hanno rappresentato una scelta inequivocabile: lo Stato prima degli interessi particolari, la legge contro il sopruso, il bene comune contro il potere criminale.

Piersanti Mattarella: una Sicilia «con le carte in regola»

Tra queste figure emerge innanzitutto Piersanti Mattarella, dirigente della Democrazia Cristiana e Presidente della Regione Siciliana.

La sua idea era quella di una Sicilia amministrata secondo legalità, trasparenza ed efficienza. Da Presidente della Regione avviò un’azione riformatrice che interveniva anche sul delicatissimo terreno degli appalti e dei meccanismi amministrativi sui quali potevano esercitarsi interessi e condizionamenti criminali. Il suo progetto di una Sicilia «con le carte in regola» rappresentava quindi qualcosa di molto più profondo di uno slogan: significava sottrarre spazi al sistema di potere mafioso.

Il 6 gennaio 1980 Piersanti Mattarella venne assassinato a Palermo. L’Archivio digitale della Camera dedicato ai delitti politici ricorda che pagò con la vita proprio «la sfida agli interessi mafiosi» e la sua battaglia per le «carte in regola».

Mattarella proveniva inoltre dall’esperienza dell’Azione Cattolica e dalla cultura politica di Aldo Moro. La sua concezione della politica aveva dunque profonde radici nel cattolicesimo democratico.

Il suo sacrificio rimane una delle testimonianze più alte di ciò che dovrebbe significare per un cristiano impegnato nelle istituzioni servire il bene comune.

Michele Reina, un altro dirigente democristiano assassinato

Un anno prima, il 9 marzo 1979, era stato assassinato a Palermo Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia Cristiana.

Gli omicidi di Reina, Mattarella e successivamente di Pio La Torre furono ricondotti giudiziariamente al drammatico scenario dei cosiddetti delitti politico-mafiosi di quegli anni. Le vicende testimoniano quanto violento fosse lo scontro quando la criminalità organizzata percepiva nella politica e nelle istituzioni un ostacolo ai propri interessi.

Ricordare questi nomi significa ricordare che la mafia non è semplicemente criminalità comune: pretende di controllare territorio, economia, consenso e istituzioni. Per questo una politica libera rappresenta per le organizzazioni mafiose un nemico.

I martiri cristiani dell’antimafia

Ma la memoria della lotta alla mafia non può fermarsi ai confini di un partito.

Per un movimento politico che si richiama ai valori cristiani esiste una più grande comunità ideale di uomini e donne che hanno combattuto la criminalità organizzata attraverso il servizio allo Stato, l’educazione, la testimonianza religiosa e l’impegno civile.

In questa storia occupa un posto straordinario don Pino Puglisi, sacerdote ucciso dalla mafia a Palermo il 15 settembre 1993. La sua arma era l’educazione. Sottrarre i ragazzi alla cultura mafiosa, insegnare loro che esisteva una strada diversa da quella dell’omertà e della violenza significava colpire la mafia nel punto più profondo: la sua capacità di riprodurre consenso e sudditanza nelle nuove generazioni.

La Chiesa ne ha riconosciuto il martirio e don Puglisi è stato proclamato Beato. La sua testimonianza ricorda alla politica che contro la criminalità non bastano le leggi: occorre costruire una cultura della libertà.

Accanto a lui non possiamo dimenticare il giudice Rosario Livatino, assassinato dalla Stidda il 21 settembre 1990. Un magistrato riservato, rigoroso, profondamente credente, che concepiva il proprio lavoro come servizio alla giustizia e alla persona. Anche Livatino è stato riconosciuto dalla Chiesa come martire ed è stato proclamato Beato.

Sono figure che appartengono all’intera Italia e non a una parte politica.

E accanto ai martiri cristiani devono essere ricordati tutti coloro che, indipendentemente dalla loro appartenenza politica o religiosa, hanno dato la vita combattendo la mafia: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Carlo Alberto dalla Chiesa, Pio La Torre, Boris Giuliano, Cesare Terranova, Rocco Chinnici e gli uomini e le donne delle Forze dell’Ordine e delle istituzioni caduti nell’adempimento del proprio dovere.

Pio La Torre, pur appartenendo a una cultura politica diversa da quella democristiana, merita un ricordo particolare: la lotta alla mafia non ammette divisioni ideologiche. Mattarella e La Torre sono diventati simboli diversi ma complementari della stessa battaglia per liberare la Sicilia dal condizionamento mafioso. Non casualmente a entrambi sono state dedicate due sale di Palazzo dei Normanni, ricordandoli come uomini che versarono il proprio sangue per la libertà e la democrazia contro mafia e illegalità.

La mafia è incompatibile con il cristianesimo

Esiste poi un principio sul quale chi si richiama politicamente alla tradizione cristiana non può accettare compromessi: mafia e cristianesimo sono radicalmente incompatibili.

Non possono esserci devozioni religiose, processioni, immagini sacre o dichiarazioni di fede capaci di nascondere la natura profondamente anticristiana della mafia.

Dove esistono violenza, intimidazione, ricatto, sfruttamento, omertà e sopraffazione dell’uomo sull’uomo viene negata alla radice la dignità della persona che costituisce uno dei fondamenti della Dottrina Sociale della Chiesa.

Per questo l’antimafia, per un cristiano impegnato in politica, non dovrebbe essere una posizione da assumere soltanto in occasione delle commemorazioni. Deve diventare comportamento quotidiano.

Significa trasparenza negli appalti, controllo sull’utilizzo del denaro pubblico, selezione rigorosa della classe dirigente, rifiuto del voto di scambio, contrasto all’usura e alle infiltrazioni nell’economia, sostegno alle Forze dell’Ordine e alla Magistratura, vicinanza agli imprenditori che denunciano il racket e soprattutto educazione dei giovani alla legalità.

Nessuna zona grigia

La lezione lasciata dai martiri della mafia impone inoltre alla politica un dovere ancora più esigente: non devono esistere zone grigie.

Non basta non essere mafiosi. Occorre impedire che la politica diventi permeabile agli interessi della criminalità organizzata.

Non basta rispettare formalmente la legge. Chi ricopre una funzione pubblica deve essere credibile anche nei comportamenti, nelle frequentazioni e nella gestione del potere.

È questa, in fondo, la grande attualità della lezione di Piersanti Mattarella: avere le «carte in regola» significa costruire istituzioni talmente trasparenti da rendere sempre più difficile alla criminalità trovare porte attraverso le quali entrare.

Una battaglia che continua

La mafia di oggi non è necessariamente quella delle stragi e degli omicidi eccellenti degli anni più sanguinosi.

Le organizzazioni criminali hanno imparato a penetrare nell’economia legale, nelle imprese, negli appalti, nei mercati finanziari e nelle amministrazioni pubbliche. Proprio per questo la vigilanza deve essere ancora maggiore.

La Democrazia Cristiana, se vuole essere coerente con la parte migliore della propria storia e con i principi cristiani ai quali si richiama, deve continuare a considerare il contrasto a mafia, camorra, ‘ndrangheta e a ogni altra organizzazione criminale come una priorità assoluta.

E deve farlo ricordando i propri uomini caduti, ma riconoscendo contemporaneamente il sacrificio di tutti coloro che hanno combattuto dalla stessa parte, anche provenendo da culture politiche differenti.

Piersanti Mattarella, Michele Reina, don Pino Puglisi, Rosario Livatino e tutti i servitori dello Stato assassinati dalle mafie non devono essere soltanto nomi pronunciati negli anniversari.

Devono rappresentare una domanda rivolta ogni giorno a chi fa politica: da che parte stai?

La risposta di chi si riconosce nei valori del cattolicesimo democratico non può conoscere esitazioni:

dalla parte della legalità, dello Stato, delle persone oneste e di chi ha il coraggio di denunciare. Sempre contro la mafia, sempre contro ogni forma di criminalità organizzata.

Perché essere Liberi e Forti, oggi, significa anche essere abbastanza liberi da non accettare alcun condizionamento e abbastanza forti da dire no alla mafia, senza compromessi e senza zone grigie.


A cura del Coordinamento nazionale ed interregionale della comunicazione della Democrazia Cristiana