Il problema non sono gli stranieri. È una scuola che pretende di includere senza prima mettere tutti nelle condizioni di capire e di farsi capire.

Chi arriva nella scuola italiana dovrebbe essere immediatamente accompagnato in un serio e intensivo percorso di alfabetizzazione linguistica.

E solo dopo aver raggiunto una conoscenza sufficiente dell’italiano dovrebbe essere inserito pienamente nella classe.

Non è discriminazione.
È inclusione vera.

Perché come può uno studente seguire una lezione, comprendere un testo, esprimere le proprie idee, fare amicizia e partecipare alla vita della classe se non conosce la lingua?

La nuova proposta del Governo sul numero di studenti stranieri per classe ha riacceso lo scontro politico. La destra parla di integrazione e di necessità di evitare concentrazioni eccessive; la sinistra denuncia il rischio di discriminazione.

Ma forse sbagliano entrambe.

Il problema non è quanti stranieri ci siano in una classe. Il problema è quanti studenti non conoscano ancora l’italiano.

Un ragazzo straniero che parla perfettamente italiano non è un problema di integrazione. Un ragazzo appena arrivato che non comprende la nostra lingua ha invece bisogno di un percorso specifico, indipendentemente dal suo passaporto.

Per questo un semplice tetto numerico agli stranieri rischia di essere una risposta burocratica a un problema educativo.

Ma è altrettanto sbagliato gridare automaticamente alla discriminazione quando si parla di difficoltà linguistiche.

Insegnare l’italiano non significa cancellare l’identità di una persona. Significa darle gli strumenti per essere libera, autonoma e realmente parte della comunità.

La scuola non può limitarsi a dire: “Ti accogliamo” e poi mettere uno studente che non conosce la lingua in una classe, lasciando agli insegnanti il compito di risolvere tutto.

Accogliere non significa semplicemente inserire. Significa preparare all’inclusione.

Servono corsi intensivi di italiano, docenti, mediatori, risorse e percorsi personalizzati.

La destra sbaglia se pensa che una percentuale possa risolvere il problema.

La sinistra sbaglia se considera discriminatorio persino affrontarlo.

La scuola deve essere accogliente, ma anche seria. Inclusiva, ma non ingenua.

Perché l’inclusione non significa mettere tutti nella stessa aula.

Significa mettere tutti nelle condizioni di poter imparare insieme.

E allora forse la domanda non dovrebbe essere:

“Quanti stranieri possiamo mettere in una classe?”

Ma:

“Cosa dobbiamo fare prima perché ogni ragazzo possa davvero stare in quella classe?”

La risposta è semplice: prima la lingua, poi la classe.

Non per escludere qualcuno.

Per non lasciare indietro nessuno.

ON. PROF.SSA SIMONA VIETINA – SEGRETARIA REGIONALE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA


A CURA DEL COORDINAMENTO NAZIONALE E INTERREGIONALE DELLA COMUNICAZIONE DELLA DEMOCRAZIA CRISTIANA